venerdì 18 maggio 2012

Anzi, no: due parole sul norvegese

Prima di parlare di noi, in effetti, penso vadano dette due parole per spiegare cos'è un ratto da compagnia.

Sull'argomento si trova molto materiale su Internet, inclusa una voce sulla Wikipedia in lingua italiana, Ratto da compagnia, talentuosamente scritta da un talentuoso redattore; ma vorrei dire qualcosa anche io.

I ratti che si comprano nei negozi di animali sono tutti della specie Rattus norvegicus, che è come dire il ratto comune, quello che abita luoghi cult come le fogne di Parigi, le metropolitane di New York, e il Parco Agricolo Sud Milano. Praticamente è il ratto per antonomasia, il secondo animale di maggior successo della Terra dopo l'uomo, in quanto a diffusione geografica. I ratti norvegesi sono ovunque (tranne che in Alberta - almeno secondo il Dipartimento dello Sterminio dei Ratti dell'Alberta).

Naturalmente, non c'è nessuna particolare relazione fra il ratto norvegese e la Norvegia: il nome è un retaggio storico, come per l'insalata russa. In ogni caso, conoscere il nome scientifico è sempre utile.

"Cosaaa? Tieni dei ratti?"
"Si, ratti norvegesi."
"Aaah ok... quelli norvegesi!"

Il negozio Destruction des animaux nuisibles in Rue des Halles, quello che appare in Ratatouille: "Guarda bene, Remy. Questo è quello che succede quando un ratto si sente troppo a proprio agio vicino agli umani". Lo sterminio di ratti norvegesi a Parigi, pare, non ha causato nessun incidente diplomatico

Esistono anche altre specie di ratti oltre a quelli norvegesi, tra cui il famigerato Rattus rattus di bubbonica memoria, ma l'esuberanza del norvegese (più grosso e più forte) ha costretto gli altri a rintanarsi in nicchie ecologiche minori, come il frigorifero di una signora in Cornovaglia.

Può sembrare un po' strano che quei cosini tenerini che nei pet shop ci guardano con gli occhioni stralunati attraverso il plexiglass siano proprio lo stesso animale delle belve feroci che si aggirano irrequiete e fameliche nel sottosuolo, ma è così.

Va bene, qualche piccola differenza estetica c'è. Riguarda più che altro il colore del pelo: i ratti da compagnia, a differenza di quelli selvatici, non sono sempre grigio topo. I rattari di tutto il mondo si applicano mendellianamente per tirar fuori improbabili cuccioli color miele con guantini bianchi, o con deliziose macchiette a maschera di Zorro intorno agli occhi, e via dicendo. Ma ci sono anche fancy rat (cioè ratti da compagnia) che sono comunque grigio topo. La morale è che se si prende un ratto delle fogne, gli si dà una bella strigliata, lo si obbliga a una rigida dieta a base di Cheerio's e croccantini al formaggio, e gli si concedono interminabili pisolini pomeridiani, in men che non si dica sarà indistinguibile da un Mister Sprinkles, un Bartleby o un Pallino.

Quindi si, mettersi in casa un ratto vuol dire proprio mettersi in casa uno di quegli animali lì, non la riduzione per bambini. Perciò sorge spontanea la domanda: perché uno dovrebbe fare una cosa del genere, anziché accontentarsi di un banalissimo criceto?

(P.S.: Io certe volte me ne accorgo, che Pepper è sotto sotto una pantegana: per esempio quando guardo la sua ombra sul muro).

Signor Pepper, è stato insinuato che siano stati necessari pesanti ritocchi in Photoshop per dare questo aspetto inquietante a un tontolone cicciottoso come lei. Ha qualche dichiarazione in merito?

Ci sono vari motivi per preferire un ratto a un criceto, per come la vedo io, anche senza considerare che i criceti sono delle macchine da guerra sanguinarie. Principalmente tutti i motivi ruotano attorno al tema dell'intelligenza - meritatamente proverbiale (anche se su due piedi mi sfugge il corrispondente proverbio) - del norvegicus. Che è di vari tipi; non c'è solo l'intelligenza pratica a cui si pensa di solito (e di cui si dubita in alcuni casi, vedendo certe iniziative tipo "adesso prendo questo raccoglitore ad anelli formato A4 e lo vado a mettere dentro quel portamatite") ma anche relazionale ed emotiva.

Non è che siano dei fini psicologi o cosa, dopo tutto. Il punto è che sono seriamente interessati a capire come interagire con te nel migliore dei modi; dove migliore vuol dire anche, certo, "in modo da ottenere un rifornimento costante di bocconcini prelibati"; ma anche "in modo da sentirsi protetti e fra amici", o qualcosa del genere.

La lista dei complimenti che ho sentito fare ai ratti e alla loro intelligenza da parte di chi ci ha avuto a che fare è interminabile. Si dice spesso che sono molto simili ai cani - o una via di mezzo fra cani e gatti; li ho sentiti definire "folletti"; ho sentito dire che sono i migliori animali da compagnia che esistano; ho sentito dire (spesso) che una volta che hai condiviso un po' della tua vita con dei ratti, poi non puoi più farne a meno. Affermazione particolarmente credibile da parte di chi, alla domanda "quanti ratti hai avuto", ti risponde per esempio, novantasei. O centonovantasei.

In effetti, gran parte dei rattofili viaggia su queste cifre da capogiro, ha una vasta collezione di gabbie (incluse diverse in formato armadio a tre ante), e passa le giornate su Facebook allo scopo di elargire consigli ai neofiti (e che il cielo li abbia in gloria per questo).

Chi li conosce va pazzo per i ratti. Mai sentito un'opinione diversa. Non ho mai letto da nessuna parte una frase del tipo: avevo dei ratti, ma non mi davano molte soddisfazioni. Ora sono passato ai criceti. E dire che su Internet si trova di tutto, anche la domanda:

Se mio padre e mia madre fossero fratelli, io sarei mio cugino? Se si, di che grado?

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