In tutto questo, tanto erano andate di fretta le cose, che praticamente nessuno sapeva che avevamo intenzione di comprare dei ratti, e noi li avevamo addirittura già comprati.
Ecco cosa ho scritto nella mail con cui comunicavo ai miei genitori dell'arrivo di Pepper e Ginger:
Vi presento... i nostri due nuovi amici Pepper & Ginger. A dispetto delle apparenze (del nome "Ginger") sono due fratellini: di circa 3 mesi. Sono i due ratti norvegici più timidi del mondo, quindi per ora bisogna accontentarsi di foto fatte col supertele in condizioni di semioscurità...
Pepper ha la classica macchiatura "col cappuccio": testa nera e corpo bianco con una riga nera quasi continua lungo il dorso e la coda. Ginger è un albino con cappuccio color miele e dorso che definirei più come maculato che come striato. Pepper ha anche un alter-ego, di sera diventa "Bat Rat"; in un microsecondo arriva in cima alla gabbia e si appende che pare un pipistrello (ma a testa in su).
Erano passati due giorni dall'acquisto, e ancora:
- non avevamo realizzato che Pepper e Ginger non potevano avere 3 mesi;
- non avevamo realizzato che Ginger era una femmina e non un maschio;
- non avevamo realizzato che arrampicarsi sulle sbarre è una cosa normale per i ratti e non propriamente un superpotere.
La cosa di "Bat Rat" è venuta fuori di notte. Le notti sono, in effetti, la cosa che ricordo meglio di quei primi giorni. Per fare un quadro della situazione: Pepper e Ginger erano effettivamente timidissimi e impauritissimi. Alla faccia dei video di YouTube con i rattini-peluche che ti dormono nel palmo della mano, loro se ne stavano rintanati in casa tutto il giorno, e non si sognavano minimamente di darci confidenza. Avevamo letto che forzarli a uscire sarebbe stato male e che bisognava aspettare che facessero loro il primo passo. Così prendevamo delicatamente la casina in cui si erano barricati, e altrettanto delicatamente la appoggiavamo da qualche parte, sul tavolo o per terra, e stavamo a guardarli e chiamarli e stuzzicarli col cibo.
Loro se ne stavano alla finestra e ci guardavano, così:
E che uscissero, neanche a parlarne.
Qualche volta anzi, a cercare di tirarli fuori, ci si beccava pure un bel morso. Della serie questo i video di YouTube non ce lo avevano mai detto. Certo, erano dentini minuscoli che era come essere morsi da due stuzzicadenti. Però l'intenzione c'era.
Così per un paio di giorni abbiamo aspettato e aspettato e aspettato che uscissero. E aspettato e aspettato e aspettato.
Dicevo dunque che più che i primi giorni mi sono rimaste impresse le prime notti, perché succedeva che non essendo noi ancora molto sicuri di come i due si sarebbero comportati, e per esempio in particolare che non si pestassero o si facessero male, abbiamo preso l'abitudine, di notte, di tenerli sì in un'altra stanza, ma una stanza molto vicina a noi, lo studio - e con tutte le porte aperte. E così abbiamo cominciato a conoscere tutti gli innumerevoli rumori che sono in grado di produrre nel buio totale. Crit crit, sgrat sgrat, squit squit, turubum turubum, e via dicendo. Una sinfonia di rumorini. E quando i rumori diventavano talmente BURUBUM BURUBUM da farti alzare di corsa con l'idea che stessero sfondando le pareti della gabbia come due novelli Hulk, quando arrivavi di là e accendevi la luce, loro - che fino a un secondo prima avevano fatto il terremoto - erano lì immobili che ti guardavano come a dire "noi assolutamente non stavamo facendo niente".
Molti dei loro rumori notturni rimarranno sempre un mistero (a meno di non installare una webcam a infrarossi).
Ora, il punto della cosa è che tutti questi sgrat sgrat squit squit turubum turubum e via dicendo, fatti da due monelli che palesemente non vogliono avere niente a che fare con te e ti mordono se provi a prenderli nella gabbia, danno l'idea di qualcosa di molto fastidioso. Ogni tanto ho chiesto a E. se voleva che chiudessi la porta, per esempio se lei aveva lavorato fino a tardi e aveva proprio bisogno di dormire. Ma lo chiedevo a malincuore e lei non aveva dubbi nel rispondere di no. Perché questi sgrat sgrat squit squit turubum turubum, pur nella loro misteriosità e molestia, ci dicevano che Ginger e Pepper c'erano, erano di là, e che stavano abbastanza bene da sconquassare la gabbia con le loro misteriose acrobazie; erano rassicuranti, e per noi erano diventati da subito una specie di ninna nanna. Non è proprio che conciliassero il sonno, questo no: ma rendevano incredibilmente piacevole restare svegli quei dieci, venti, trenta (quaranta, cinquanta, ...) minuti extra. In un certo senso era come accudirli - e non si poteva nemmeno venire morsi.
In realtà avremmo fatto più fatica ad addormentarci senza tutti quei rumorini: ci sarebbero mancati.
E tutto questo bisogno di proteggerli, ce lo avevano tirato fuori dopo due giorni; e due giorni - ribadisco - di convivenza difficilissima con i due ratti norvegici più timidi del mondo - e i più ribelli, e i più ingrati e avari di soddisfazioni per i loro poveri genitori adottivi. (Figurati se fossero stati due pacioccosi dumbo da allevamento.)
E fu anche in una di queste notti che venne fuori la questione di Rat Bat, che se non altro servì a svelare l'origine di almeno uno dei misteriosi rumori notturni che ci allietavano le mezzore insonni: il TRATATATATATATATATATAM. Svegliato (o strappato al dormiveglia) da uno di questi TRATATATATATATATATATAM e accorso nello studio, mi accorgo che manca Pepper. Lo cerco in ogni dove. Poi quasi mi fa venire un colpo quando alzo lo sguardo e lo vedo - per la prima volta - appeso in cima alla gabbia come un pipistrello. Cioè, non era a testa in giù: ma essendo un ratto ed essendo appeso c'erano abbastanza elementi per l'analogia.

Pepper mi guarda per un po'. E poi, TRATATATATATATATATATAM, TRATATATATATATATATATAM, corre lungo le pareti verticali della gabbia, per andare poi - probabilmente, credo - a rifugiarsi in casa.
Ah, quindi, questo è il rumore di un ratto che corre su una parete verticale di maglie di metallo.
Così di notte, e di giorno rimanevano delle pesti. Contattavo E. su Skype per avere notizie e le notizie erano sempre pessime: è tutto il giorno che sono in casa, non li ho nemmeno visti, Pepper mi ha morso, e via dicendo.
Certamente ci rendevamo conto che P&G venivano da quei fatidici "tre mesi" (o venti giorni: nel frattempo stavamo iniziando a capire) nel negozio che certamente per loro facili non erano stati. E infatti non è che ce l'avessimo con loro. Ma io leggevo degli allevamenti dei rattari dove crescono i rattini carini e fin dai primi giorni li abituano al contatto con le persone, sentivo E. sempre più depressa dal comportamento dei nostri disgraziati monelli, e quindi poi venne fuori anche il discorso del Parco Agricolo Sud Milano, in un momento di stanchezza. Colgo l'occasione per precisare che non credo che lo avrei mai fatto. Ma la situazione sembrava veramente disperata.
Certe volte E. glielo ricorda, a Pepper: ma lo sai che il papà voleva abbandonarti nel Parco Agricolo Sud Milano? E io colgo l'occasione per ricordare a Pepper che non è ancora detta l'ultima parola, in merito. Ma Pepper, bisogna dire, non ce l'ha con me per questo. Specialmente se mentre ci ascolta ricordargli questo episodio, è spapanzato nel suo Sputnik con una gamba all'aria e un Cheerio's nelle manine in fase di sgranocchiamento quasi completato (cioè un decimo di secondo dopo che me l'ha strappato di mano).
Come è andata, quindi? (Questo è un cliffhanger: la risposta al prossimo post).

Nessun commento:
Posta un commento